Talkography
Prima di fotografare faccio domande, spesso troppe. Non per cercare una risposta perfetta, ma per arrivare a quel momento in cui qualcosa si abbassa: una difesa, una posa, un’idea troppo precisa di sé.
È lì che comincia il ritratto.

Non è un paese per poser
Talkography è il nome poco serio di una cosa molto seria: usare la conversazione come strumento fotografico.
Nasce da un punto preciso: la relazione con gli altri per me è sempre stata un terreno complicato. Lo è ancora. Non per grandi motivi teatrali, ma per quell’attrito sottile che a volte si mette tra noi e le persone. Una distanza piccola, ostinata, capace di restare lì anche quando vorremmo attraversarla.
Per molto tempo l’ho considerata una mia stortura privata. Poi, fotografando, ho iniziato a riconoscerla anche negli altri. Le persone arrivano davanti all’obiettivo con una forma di difesa addosso. Qualcuno parla molto. Qualcuno si irrigidisce. Qualcuno fa battute. Qualcuno cerca subito la faccia giusta da fotografia. È un riflesso naturale: essere guardati espone, essere fotografati amplifica tutto.
Per questo prima di scattare parlo. A volte faccio domande precise, altre volte domande apparentemente inutili. Alcune aprono una strada, altre servono solo ad alleggerire l’aria. La conversazione crea un tempo diverso: un tempo in cui si può smettere di funzionare, performare, sedurre l’obiettivo o dimostrare qualcosa.
Tutti abbiamo una storia da raccontare. Alcune sono leggere, quasi sciocche. Altre sono pesanti. Altre ancora fanno male anche quando vengono dette piano. Alcune passano dalle parole, altre restano nei gesti, nelle pause, nel modo in cui una mano cerca un posto o uno sguardo resta sospeso mezzo secondo più del previsto. Tutte meritano, almeno per un momento, ascolto.
La fotografia entra lì. Entra come entra la musica: ognuno ha i propri gusti, le proprie inclinazioni, le proprie stanze interiori in cui certe note risuonano e altre scivolano via. Un ritratto funziona nello stesso modo. Deve trovare una frequenza giusta con la persona che ha davanti. Deve riconoscere qualcosa, più che dichiararlo.
Quando la conversazione comincia a fare il suo lavoro, qualcosa cambia. La posa perde importanza. Il volto smette di cercare una soluzione. Le mani trovano un posto. Il corpo decide da solo se avvicinarsi, chiudersi, aprirsi, sparire un po’. A volte il ritratto arriva in quel momento minuscolo in cui nessuno sta più cercando di fare bene.
Talkography è questo: un modo per arrivare a un’immagine lasciando che prima esista l’incontro. Prima viene la relazione, poi l’ascolto, poi lo scatto. Se succede.
Come succede
Si arriva senza copione
Non serve sapere cosa fare davanti alla macchina fotografica. Anzi, quasi sempre è meglio non saperlo.
Si parla più del previsto
Le domande servono a spostare l’attenzione. Meno posa, meno controllo, meno faccia da fotografia.
Si scatta quando succede
A un certo punto qualcosa cambia. Un gesto, uno sguardo, una pausa. Il ritratto è già lì: bisogna solo accorgersene.
Quando non succede
Se ci siamo divertiti
Magari non abbiamo trovato subito l’immagine, ma abbiamo trovato un modo per stare nello stesso spazio. Si può tornare, riprovare, ricominciare da lì.
Se qualcosa è rimasto chiuso
A volte serve più tempo. A volte la macchina fotografica non vede tutto. In quel caso si rallenta, si cambia strada, si lascia respirare la cosa. E si riprova.
Se non è il momento
Va bene anche così. Non tutti gli incontri devono diventare un ritratto. Alcuni restano conversazioni. Alcuni finiscono con uno sticazzi. E un gin tonic.