Rosa non entra davvero in una stanza. La occupa. Non nel senso rumoroso del termine. Non ha bisogno di alzare la voce, di cercare centro, di chiedere attenzione. È una di quelle presenze che sembrano avere già fatto un accordo privato con lo spazio: lei arriva, lo spazio si sposta. Ha tre figlie, un passato nel teatro, nella regia, nella scrittura. Cose che, dette così, sembrano curriculum. Invece addosso a lei diventano tracce. Modi di stare seduta. Di guardarti mentre parli. Di interromperti non per maleducazione, ma perché probabilmente ha già capito dove stavi andando e preferisce arrivarci da un’altra parte. C’è qualcosa di teatrale in Rosa, ma non nel senso della posa. Anzi, il teatro sembra averle lasciato addosso il contrario: una specie di allergia alla finzione malriuscita. La sensazione è che abbia attraversato abbastanza palchi, testi, prove, finali e ripartenze da riconoscere subito quando una frase suona vera e quando invece sta solo recitando bene.
Durante la nostra chiacchierata parlava di libri, filosofia, Schopenhauer. Non come si citano i filosofi per fare scena, ma come si nomina una compagnia lunga, ostinata, a tratti scomoda. Qualcuno con cui hai discusso per anni, magari senza dargli sempre ragione, ma sapendo che continuerà a sedersi al tavolo con te. Mi ha colpito questa cosa: in Rosa convivono lucidità e incendio. Da una parte la mente che seziona, legge, ragiona, collega. Dall’altra un’energia che non si lascia mettere del tutto in ordine. I suoi occhi sembrano sempre un passo avanti, ma il corpo resta lì, presente, terrestre, quasi ironico. Come se sapesse benissimo che capire tutto non serve a molto, ma provarci resta comunque una magnifica condanna.
Ci sono persone che, fotografate, si consegnano. Rosa no. Rosa negozia. Ti lascia qualcosa, poi lo ritira. Ti concede una soglia, poi cambia stanza. A volte sembra severa, a volte divertita, a volte lontanissima. Il punto è che non si appiattisce mai in una sola immagine. Ogni scatto sembra contraddirne un altro, e forse è proprio lì che comincia a somigliarle. Il suo piglio lascia interdetti. Non perché sia duro, ma perché è vivo. Rosa ha quella qualità rara di chi non cerca di essere accomodante a tutti i costi. Non smussa ogni angolo per farsi voler bene. Non addolcisce tutto per rendersi più digeribile. Eppure, dentro questa forza, c’è una forma di attenzione precisa. Un modo di esserci che non concede molto alla superficialità.
Forse è il teatro. Forse sono le figlie. Forse sono i libri. Forse sono gli anni passati a mettere in scena personaggi, parole, mondi possibili, fino a sapere che nessuno di noi è mai una cosa sola.



