Con Giosuè succede in fretta: dopo pochi minuti hai la sensazione che potresti continuare a parlare con lui anche senza un motivo preciso. Ha ventidue anni appena compiuti, i ricci che sembrano non voler stare al loro posto e quella qualità rara di chi non sembra impegnato a piacere, e proprio per questo ci riesce.

Sorride molto, sì, ma non è quello il punto. Il punto è il modo in cui resta dentro alle cose: quando ascolta, quando risponde, quando parla della sua passione per il calcio, della famiglia, degli affetti, delle cose belle e di quelle più difficili. Senza spingere, senza mettersi in posa, senza chiedere troppo spazio.

Quando racconta perché ha scelto il suo percorso di studi parla soprattutto di presenza. Fare la propria parte. Imparare a essere utile quando serve. Stare accanto alle persone con gli strumenti giusti e con l'umanità che tutti meritiamo.

Poi c’è Hera, il weimaraner, bella come una che sembra appena uscita da uno spot Vodafone, arrivata in famiglia quando Giosuè aveva dieci anni. Una di quelle creature che attraversano gli anni insieme a te e sono parte della geografia affettiva di una famiglia.

Nella sua storia ci sono gioie normali, legami forti e lutti silenziosi. Quelli che non si raccontano per intero, ma restano addosso. Non fanno rumore, non chiedono scena, però cambiano qualcosa. A volte chiudono. Altre volte, quando trovano una persona capace di non indurirsi, aprono.

Ride, abbassa gli occhi, riprende il filo, si emoziona senza consegnarsi del tutto. E intanto si capisce che la sua allegria non è leggerezza vuota. È una forma di resistenza gentile. Una maniera di stare al mondo senza fingere che il mondo sia sempre facile, ma senza nemmeno concedergli l’ultima parola.

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