Con Benedetta ci conosciamo dall’università. Più o meno dal 1998, che è una data abbastanza lontana da sembrare archeologia e abbastanza vicina da potersi ancora infilare in una conversazione come se fosse successo l’altro ieri. In mezzo c’è stata una quantità indecente di vita.
Anni in cui ci siamo visti molto, anni in cui ci siamo persi di vista, periodi in cui bastava niente per capirsi e altri in cui probabilmente non ci siamo capiti affatto. Ci siamo avvicinati, allontanati, ripresi, dimenticati per un po’, ritrovati con altre facce, altre case, altri disastri. Però Benedetta è rimasta Benedetta. Non nel senso che non sia cambiata, per fortuna cambiamo tutti. Ma ci sono persone che, anche quando la vita le sposta, conservano un posto preciso nella tua geografia. Non sempre vicine. Non sempre facili. Non sempre presenti nel modo in cui uno si immaginerebbe. Però ci sono. Benedetta per me è una di quelle.
Poi c’è Otto. Otto sa cose. Sa com’era Benedetta quando era più giovane. Sa com’è quando è stanca, quando è felice, quando non vuole spiegare, quando si muove per casa pensando ad altro. Ha visto versioni di lei che forse nessuno ha visto davvero. Non perché i cani capiscano tutto, ma perché stanno lì. E lo stare lì, ripetuto per anni, a volte capisce più di molte parole. Otto è rimasto vicino a Benedetta con quella fedeltà un po’ ostinata e un po’ ridicola che hanno certi cani. Anche adesso, con gli acciacchi, le lentezze, i suoi cazzi, il corpo che non collabora più come prima. C’è qualcosa di molto tenero e molto comico, insieme, in un cane anziano che continua a essere se stesso nonostante tutto.
Fotografarli insieme non era fotografare “una ragazza con il suo cane”. Sarebbe stato troppo poco, e anche abbastanza falso. Era fotografare una convivenza lunga. Una confidenza fatta di abitudini, di gesti automatici, di cose che non si dicono più perché non serve. Benedetta sa come guardarlo. Otto sa dove mettersi. Si danno fastidio, probabilmente. Si cercano, sicuramente. Si conoscono in quel modo lì, fisico e quotidiano, che non ha bisogno di diventare poetico per essere importante.






